
Dopo quasi un anno di silenzio torno con un articolo nel giorno della festa della donna per parlare del valore dell’essere umano, e non solo della donna. Si perché parlare dei diritti delle donne significa parlare dei diritti di tutti. Non si nasce donna perché si hanno caratteri sessuali femminili, si nasce come persone, esseri che sono superiori rispetto al proprio genere e che (considerando che il dismorfismo sessuale nella nostra specie è davvero minimo) hanno un modo di percepirsi proprio e indiscutibile.
Ma guardiamo un attimo in dietro nella storia, partiamo dal paleolitico. In una società ai prodromi dell’esistenza la donna è vista come la portatrice dell’abbondanza e della prosperità, sono tante le veneri paleolitiche a cui possiamo appellarci per descrivere le forme della connotazione femminile di allora.
Le vediamo estremamente in carne, con dei genitali accentuati e delle teste spesso non umane o non connotate con caratteri morfologici. Sono a tutti gli effetti solo ed esclusivamente simboli. Le donne non erano così, era la fertilità ad essere rappresentata, connotato attribuibile ( in varie società successive accadrà) anche al maschio e all’atto dell’eiaculazione (basti pensare al mito egizio che vede il dio Khnu creare l’uomo impastando terra e sperma modellandolo sopra il tornio come un vasaio). Molte delle qualità che oggi caratterizzano le donne sono attribuzioni tarde, specifiche della nostra epoca.

La donna nel tempo però acquisterà un ruolo specifico nelle prime società, sarà per natura colei che partorirà i figli, altri membri utili al gruppo sociale. Ricordiamoci però che quello che oggi chiamiamo “istinto materno” è un’invenzione post rivoluzione industriale! Dopo questa rivoluzione infatti la grande quantità di figli che prima era utile nelle famiglie per lavorare i campi non sarà più necessaria. Il benessere crescerà facendo diminuire la quantità di nascite. Sarà il concetto di un amore materno innato a convincere le donne a diventare madri, ora non più per un bisogno specifico. Non si confonda con “istinto materno” quello che per natura le madri sono portate a fare nella difesa della prole, la parola “istinto” è ingannevole. Il bisogno di sapere il proprio cucciolo vivo e sfamato non rientra nella sfera dell’innamoramento materno proprio del genere umano (ma non solo, anche dei mammiferi come i delfini, le orche, determinati tipi di scimmie e tanti altri). Una madre sapiens può dare da mangiare e da vivere ad un figlio ma non dando amore e affetto (o dandone troppo) creerebbe solo dolore all’individuo creato. Tutto questo non deve destabilizzare nessuno, semplicemente bisogna essere (o diventare) consapevoli dal fatto che la maternità è una scelta e non un’istinto naturale. In natura ci sono molte madri, di mammiferi e non, che per tutta la vita perdono i loro cuccioli incapaci di curarli. Cosa che capita ancora più spesso nel caso siano primipare.
Ci sarebbe ancora tanto da dire sulla questione femminile, si potrebbero scrivere pagine e pagine e tante sono state già scritte. Con queste poche righe mi premeva solo dimostrare che tutte le solide certezze moderne sono frutto di credenze e non di dati di fatto, perché la donna non è armonia se non vuole esserlo, non è madre se non lo sente, non è “femminile” se come tale non vuole mostrarsi…. o forse si? Forse banalmente siamo tutti tutto e tutti niente, forse ciò che siamo non è dettato dal nostro corpo. Forse una donna può essere femminile con i pantaloni alla Coco Chanel e un uomo può essere virile con la gonna alla Jean Paul Gaultier. Forse è bello solo essere se stessi e nulla più. Per chi la pensasse diversamente ho una richiesta da fare, smettetela di aver paura del diverso e siate voi stessi con coraggio, la natura è imprevedibile e non verrà fermata da nessuno schema mentale predefinito, quindi perché non rilassarsi ed accettare il diverso tanto e più di come voi non siete stati accettati? E’ liberatorio e divertente!


Amatevi come siete perché tutte le donne (e gli uomini) hanno un peso! E di certo non è quello imposto dalla bilancia ne da nessun canone sociale, ma quello dettato dal coraggio della conoscenza e della non paura dell’ignoto.
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