Quando l’archeologo smette di esistere

È davvero difficile descrivere cosa significhi per un archeologo scavare la terra, essere sul campo ad operare ma possiamo provarci… immaginate il caldo, il sole che scotta che brucia la terra. Il sudore ci fa penare ma ancora di più la polvere sottile che si posa sulla pelle e che chiude i pori, già provati…

È davvero difficile descrivere cosa significhi per un archeologo scavare la terra, essere sul campo ad operare ma possiamo provarci… immaginate il caldo, il sole che scotta che brucia la terra. Il sudore ci fa penare ma ancora di più la polvere sottile che si posa sulla pelle e che chiude i pori, già provati dal lavoro della sudorazione. Un cappotto a tratti insopportabile. Le scarpe antinfortunistica diventano roventi, cotte dalla terra incandescente su cui si cammina e dal sole inesorabile che le colpisce dall’alto.

Scavi con il piccone per ore, attento a ogni zolla di terra, concentrato nel tuo lavoro stancante, con la dignità orami dimenticata di chi mette la scienza al servizio di un lavoro umile e pieno di onore.

Guardi la terra attento, non devi perdere informazioni, se le perdessi tu, ora, quei dati non esisterebbero più. Sei responsabile della conservazione o della sparizione di indizi preziosi quanto labili.

Allora scavi presente, concentrato, ma assente a te stesso. Tu non ci sei, non puoi esserci: o la storia o il tuo ego, sai già quale risposta ti darai…

Scavi ancora togliendo terra e pietre (tante pietre) sotto il sole e quando ormai non senti più nulla, né caldo, né intorpidimento, qualcuno esclama <<Qui c’è qualcosa! >> e in effetti qualcosa si svela, la terra cambia di colore e consistenza, è più scura, compatta, sembra legno! E in effetti lo è, anzi lo era, 2700 anni fa o giù di lì era un bel tronco scelto per ricavarci una bara. Ora non è che una pesante ombra di un passato lontano che affiora sotto di te, solo tu lo proteggi dai raggi di un sole crudele e inesorabile pronto a seccarlo e a ridurlo in polvere. Tu proteggi una testimonianza sporadica di un passato lontano.

Inizia il vero e proprio scavo dell’oggetto: lo si mette in luce, si fotografa, si documenta, si recupera. Nel mentre compili le scede US e scrivi il diario di scavo ti chiedi come è possibile che tu, proprio tu, sia il traduttore di una lingua persa da più di 2700 anni. Colui che deve processare dati di cui i codici si sono persi da tempo. Ne sarai in grado? Sai che tutto quello che hai studiato per anni non basta a dare una risposta certa a questa domanda. Orai sei lì e li devi fare del tuo meglio. Devi affinare i sensi per ascoltare un flebile filo di voce con cui quell’oggetto si racconta. Tuo compito sarà poi quello di urlarlo al presente senza intaccare il messaggio già parziale e incompleto.

Tolto lo strato di legno-terra si cela la sepoltura, oggetti di corredo e ossa. Ancora più cauto pulisci e osservi: la loro posizione, la loro funzione, ne osservi il valore. Questa persona 2700 anni fa era un guerriero come. Faccio a saperlo? Lo rivela lui! La lancia, la spada il rasoio, così voleva mostrarsi e così ci appare dopo tanto tempo, secondo la sua volontà immutata e conservata dalla terra gentile. La spada e fuori dal fodero, in posizione sul fianco destro, è pronta ad essere usata, quasi che, se fosse stato scoperto avrebbe davvero potuto alzarsi e difendersi. Ha delle fibule, pendagli oggetti di ornamento, vasellame in bronzo e fittile per contenere bevande e cibo. Ha dei gancetti ai piedi, sulle caviglie, segno che fu seppellito con delle scarpe alte. Che fosse morto in inverno? Che fossero le scarpe più resistenti, anch’esse utili ad un guerriero nella completezza del suo armamento? Proveremo a dare una risposta a queste domande in seguito, ora dobbiamo documentare, guardare tutto come sulla scena di un crimine, non lasciare nulla al caso.

Questa operazione può richiedere tempo, lo si fa con calma, in gruppo, con altri archeologi, antropologi, restauratori. Tutti in silenzio concentrati sul non tralasciare nessun dettaglio. C’è chi disegna la tomba, chi impacchetta delicato gli oggetti fragili, chi prende le misure, chi scrive sul diario. Tutti insieme come formichine silenti camminiamo leggeri rispetto al peso reale del nostro corpo, ci aggiriamo rispettosi intorno a colui che con silenzio, cura e amore fu salutato per l’ultima volta e con lo stesso silenzio cura e rispetto torna alla luce ignaro dei cambiamenti del tempo. Tutti lì, ponti come sentinelle, tra un passato remoto un presente incompreso e un futuro incerto a cui lasciare la storia di un guerriero paziente. Tutti lì con la sensazione reale di aver toccato, anche solo per un attimo, il tempo infinito certi di essere parte di un tutto di cui noi costituiamo un infinitesimo nulla.

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