Per un pugno di cocci: quando il bello non parla il brutto racconta.

La bellezza si presa come valore intrinseco, spesso, è deleteria. Purtroppo, è la verità, specie se a questo concetto sono legate iniquità che con la bellezza hanno poco a che fare. Per l’arte e l’archeologia la bellezza è un concetto molto più relativo di quello che l’opinione comune creda; se crediamo che bello sia ciò…

La bellezza si presa come valore intrinseco, spesso, è deleteria.

Purtroppo, è la verità, specie se a questo concetto sono legate iniquità che con la bellezza hanno poco a che fare.

Per l’arte e l’archeologia la bellezza è un concetto molto più relativo di quello che l’opinione comune creda; se crediamo che bello sia ciò che ci emoziona l’arte appartiene sicuramente a quel gruppo per cui questo aggettivo può essere utilizzato. Ma se ci fermiamo solo a ciò che c’è dento di noi, a ciò che a noi suscita un’opera, rischiamo di non vederci chiaro.

D’altronde milioni di turisti da tutto il mondo visitano in questo periodo San Pietro in vaticano emozionandosi davanti alla pietà di Michelangelo che… è una copia!

Quindi se non è l’opera di per sé ad emozionarci ma basta una copia dove si trova la bellezza e cosa ci emoziona realmente?

Partiamo riflettendo sul fatto che ciò che noi chiamiamo arte, per gran parte della storia dell’uomo, è stato qualcosa di diverso: opere su commissione. Opere pagate per raccontare una storia, di gloria o di paura, ma comunque manufatti umani atti alla celebrazione di concetti o persone. Il bello, come il brutto, come l’arte in sé, hanno valore di comunicatività. Si può guardare un dipinto o ascoltare un componimento, un aria , percependo l’emozione infusavi all’interno dall’artista senza però capirne nettamente il significato.

Si gode di qualcosa senza conoscerla nella sua interezza, si ascolta solo una porzione del tutto data dal sentimento immediato che l’opera ci suscita senza comprendere la grandezza complessiva. Vediamo e godiamo partendo da noi, non dall’opera.

La massa andrebbe quantomeno reindirizzata. Bisognerebbe comunicare e far comprendere a tutti che dietro ad un vaso, ad un edificio, ad un quadro o ad un componimento musicale deve esserci studio e comprensione. Anche solo per interesse personale, non necessariamente tutti devono essere professionisti.

Vi racconto un’esperienza da archeologa; mentre studiavo dei cocci protostorici per la mia tesi di magistrale (frammenti quindi, non vasi interi), mi sono sentita dire da più di un collega, storico dell’arte e/o archeologo, che il materiale che stavo studiando era “veramente brutto” …non ho mai capito il senso del commento. È veramente necessario definire un frammento di vaso ad impasto o un pezzo di intonaco di capanna “brutto” se racconta più storia di quanto possa mai fare una collezione di vasi decorati, interi?

È ovvio che i reputassi quei frammenti bellissimi, per me raccontavano una storia invisibile, perduta, fragile e da riscoprire con puntualità ed umiltà, per i miei colleghi erano soltanto oggetti valutabili sotto il metro dell’apparenza visiva.

Un semplice coccio può rivelare una storia dove prima non c’era nulla. Può, quindi, essere messo a confronto, per importanza, con un altro, ennesimo vaso dipinto che poco aggiunge al nostro sapere e quindi dare un giudizio esclusivamente visivo? Sarà anche oggettivamente bruttino ma ci restituisce dati prima mancanti. Un vaso bello, se non si differenzia per nessuna caratteristica che sia legata all’apparato decorativo o tecnico, si aggiunge ad una collezione di belli che ha già parlato tanto.

Il brutto spesso ha molto più valore del bello se visto tramite la lente della conoscenza. La scienza non si ferma mai alla superficialità dell’aspetto.

Perché valutiamo il mondo in base alla nostra prima sensazione senza scendere nelle profondità dei significati, sarebbe necessario gettare delle basi educative che oltre all’aspetto, si basino sul valore nascosto. Questo vale per cose ma soprattutto delle persone.

Ciò che è esteticamente gradevole ci avvicina, è chiaro, è un fatto antropologico. Recenti studi di antropologia evoluzionista hanno dimostrato che il brutto e il diverso spaventa per una necessità legata alla sopravvivenza. Ma che mezzi abbiamo oggi per valutare ciò che è brutto? Dei mezzi soggettivi e meno sottili di quanto si pensi.

Il brutto è sottovalutato. Brutto è considerato tutto ciò che è fuori da un canone estetico ferreo e troppo rigido. Ma se ciò che consideriamo superficialmente brutto avesse da dare più di ciò che percepiamo come bello? Il rischio di scartare il sapere più profondo ci dovrebbe far riflettere.

Cerchiamo di valutare più a fondo la realtà che ci circonda. Ciò che può apparire poco gradevole agli occhi può donare grande leggerezza all’anima ed avvicinarci un po’ di più al sapere. Il “brutto” non risponderà alle nostre domande ma ne creerà altre, aggiungendo linee di ricerca inaspettate che ci portano nelle profondità della scienza e dell’animo umano.

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