PARTO DAL MIO NOME.
Il genere è una costruzione culturale, io ne so qualcosa, da essere umano e da Archeologa.
In origine c’è sempre il caos, è la base primigenia.
La cultura è l’ordine che cerchiamo di costruirci intorno.
Da buona archeologa e da adulta giovane, non avendo altro spazio in un mondo dove la politica è diventata teatrino, faccio il mio atto politico in un luogo privato con il mio privato.
Quindi vi racconto la mia storia come atto politico primigenio.
I miei modi espressivi sono forti, ma quando il pensiero è pulito, tutti i modi sono scusati.
Oggi impariamo a stare attenti non a come diciamo le cose, ma piuttosto a come le pensiamo.
Impariamo a difendere chi non siamo, perché tutti portiamo dentro il femminile e il maschile ma anche il limitato, l’handicap, lo straniero, l’impossibilitato, il povero, il vecchio, il malato, il violentato, il morto. Impariamo a riconoscere dentro di noi ciò che fuori ci sembra diverso.
Quindi parto da me raccontandovi la storia del mio nome.
Sono nata il 20 dicembre del 1993 da parto cesareo programmato, lo stesso giorno in cui anni prima nasceva mia zia Mary, volontariamente sono stata il suo regalo di compleanno. Una nipotina.
Una femminuccia che avrebbe avuto un nome ritenuto maschile, Andrea.
Quando, negli anni a venire mi è stato chiesto “Ma come mai i tuoi genitori hanno scelto di chiamarti Andrea?” io rispondevo che mia madre avrebbe voluto una donna con la forza di un uomo… come se questa caratteristica fosse appannaggio esclusivo di metà della popolazione mondiale ma preclusa alla restane.
Mia madre sentiva di essere incinta di una bambina anche se io non mi mostravo. Sono rimasta 9 mesi comodamente seduta a gambe conserte nel suo ventre, senza girarmi. Come una piccola budda dispettosa che non vuole mostrare a nessuno il suo sesso biologico. Già dalla gestazione forse pensavo “Ma è così importante?”.
Nasco femmina, mi chiamo Andrea, e ho un meraviglio corredino verde acqua.
Come tutti i bambini nati in occidente in una cultura cristiana sono stata battezzata… mia madre era atea ma mia nonna no, quindi che fa non la battezzi? Tradizionalmente si fa.
Ed ecco di nuovo la cultura entrare in rotta di collisione con il mio destino. “Andrea? Non si può battezzare con il santo maschio! Ti Battezzeremo Giulia!”. E sì, perché anche all’anagrafe Andrea non era andato bene e quindi mio padre mise insieme i nomi delle nonne per soddisfare l’irremovibile richiesta di mia madre. Io. Per lo stato, mi chiamo Andrea, Giulia, Lucia. Ma io sono semplicemente e non banalmente solo Andrea.
Quel giorno mia madre mi mise una bella tutina bianca con i pantaloni, senza pizzi e fronzoli. Ma fu comunque interpellata una Santa di nome Giulia, chiamata in causa per proteggere il mio ingresso nella cristianità. A S. Andrea non venne chiesto nessun intervento.
Andrea è un nome greco che deriva dal “ἀνδρεία” (andréia), la virtù che i poeti lirici come Pindaro, cantavano nei loro versi rivolti ai vincitori degli agoni sportivi. Bello, forte, muscoloso, virile, veloce, possente, prestante, coordinato, preciso, lesto, attento, implacabile, instancabile, coraggioso, valoroso… sono solo alcune delle virtù che il termine andréia racchiude.
Io mi chiamo fieramente così, con il nome che rappresenta infinite virtù…maschili.
Fino all’età dei 9-10 anni io sono un maschio per tutti gli osservatori esterni. Vesto solo di tute grige, nere o azzurre, ho lo zaino di Dragon Ball, colleziono figurine dei Pokémon, il mio colore preferito è il blu, ho i capelli corti e gli occhiali come Harry Potter, personaggio protagonista in cui mi rispecchiavo a pieno, ovviamente inesorabilmente meschio.
Quando andavo a sciare con la mia tuta blu e nera i maestri di sci mi chiedevano “Hei come va con le ragazze? Ce l’hai la fidanzatina?” scambiando il mio imbarazzo per timidezza.
Ma io che ne sapevo cos’era un maschio o una femmina? E soprattutto, effettivamente, dovevo preoccuparmene? Io ero Andrea, semplicemente e non banalmente Andrea…
A 13 anni alle medie mi chiamavano “la maschio-femmn” come se non potendo essere identificata dovevo per forza essere entrambe le cose, o nessuna delle due.
Fu quello il periodo in cui il mio corpo decise di dire a tutti da che parte stava, lui, non io. I fianchi si accentuarono, il seno crebbe e io mi senti in un corpo che non era il mio. Mi fasciavo con bende strettissime per cercare di far tornare in dietro quello che stava andando oltre la misura che io avevo di me. Ad un certo punto mi arresi e decisi che se avessi dovuto cambiare necessariamente la forma avrei potuto cambiare consapevolmente essere e di conseguenza il mio mito.
Passai da Harry Potter a Lady Oscar.
Lei era il perfetto androgino, bellissimo se concepito come un uomo e affascinante se concepita come una donna, alta, bionda, forte, coraggiosa, astuta. L’avevano inventata per me.
Mi accorsi però che io e Oscar, nonostante condividessimo tutto il nostro essere oltre ad un nome androgino, non condividevamo la nostra identità sociale.
Lei era amata e temuta, rispettata in ogni sua forma, quando impazziva per una qualche ingiustizia e sguainava la spada o la pistola tutti temevano e ammiravano il suo coraggio. A nessuno sarebbe venuto in mente di definire il capitano della guardia reale un’isterica pazza che sbagliava nei modi.
Non Oscar, ma Andrea sì. Fino a che per tutti ero, solo, un maschio la mia irruenza veniva giustificata, bonariamente apprezzata, guardata con ammirazione, ma, quando la maschera del maschio per gli adulti decadde rimase Andrea Femmina.
Quella con il carattere sbagliato. Ma perché, mi chiedevo, perché fino a qualche tempo prima la mia veemenza e la mia intraprendenza erano ben viste e ora sono diventata isterica?
Sapete, Ister in latino significa utero. Un organo, uno di quelli che vedete solo sezionando un cadavere, una cosa con cui ero nata e che già nel grembo materno avevo nascosto, qualcosa che è invisibile a tutti ma che, per tutti gli altri, identificava la mia energia non più come solare, sanguigna, focosa ma come folle, sanguinaria, selvaggia. Io ero diventata, per tutti, culturalmente, una donna.
Chiariamoci, non ho mai avuto problemi nell’essere portatrice sana di utero, ma a 13 anni mai avrei pensato che questo potesse cambiare così radicalmente il modo in cui il mondo mi avrebbe trattata.
Fu lì che divenni archeologa: a 14 anni iniziai a studiare tutte le culture del mondo antico e non solo. In tutte, che fossero più liberali o meno, le donne erano diverse dagli uomini. Ma a me non importava di essere diversa, io cercavo solo un punto di equità, qualcosa che mi dimostrasse che contava l’individualità di ogni persona nella sua interezza e libera interpretazione di sé.
Io ero solo Andrea, semplicemente ma non banalmente Andrea.
Perché dovevo essere trattata diversamente da un uomo? Perché quella che chiamavano isteria, morbo legato al mio utero ormai maturo, non veniva invece vista come ciò che era; rabbia per la fatica aggiuntiva che dovevo fare, da quel momento in poi per essere ascoltata.
Anche da giovane donna ho continuato a vestirmi da “uomo: giacche, pantaloni di sartoria o pantaloni con i tasconi, camicie, scarpe da trekking e così via. Niente gonne o minigonne, niente tacchi niente trucco. Mi piacevo così e mi sentivo la donna forte con le spalle larghe che negli anni 80 andava tanto di moda. Ma le mode passano e la cultura cambia quindi con i miei vestiti io non ero vista come “femminile”.
Rimasi incinta, avevo 21 anni e pensai, finalmente il mondo non si sarebbe più chiesto cosa effettivamente avessi nei pantaloni. Sì perché molti mi chiedevano se fossi operata, io rispondevo, in modo provocatorio, sempre sì, perché in effetti mi sento sezionata. Non con il bisturi ma con le parole, io sono stata spezzettata più e più volte come un corpo da laboratorio che, essendo morto, smette di avere una dignità umana e assume la dimensione dell’oggetto.
Ovviamente con il mio bambino si accodano altri problemi: i padri delle mie amiche mi prendono apertamente come “esempio da non seguire” tutti mi dicevano che la mia vita era finita, era rovinata, che ero una “poco di buono” e che aver generato la vita sarebbe stata quella macchia che mi avrebbe portato a non essere più voluta da nessun uomo e se ci fosse stato qualcuno che la pensava diversamente mi sentivo ripetere “Tienitelo che non è da tutti” ma non è da tutti cosa? Decidere liberamente di amare?
Ma com’è possibile? Io genero e nella dura meraviglia di questo atto gli altri vedendo un errore perché non hanno scelto loro il come e il quando? Perché non rispetto una tacita legge culturale che vuole una madre solo all’interno di un matrimonio?
Non sono più idonea per fare il capo scout, esco fuori dai parametri cristiani, fuori dalle leggi di quel dio che ha fatto crescere suo figlio da un altro papa.
Finisco con il raccontarvi di come un nome o un cognome siano importanti suoni della nostra identità e che nessuno dovrebbe giudicare il nome di qualcun altro perché non ne capisce il valore.
Se mi vedono con mio figlio sono una donna, la signora Mariani per giunta, chiamata con un cognome non mio ma con quello di mio figlio, se lui non c’è continuo ad essere il signor o il dottor Di Giovanni. Ma io sono e rimango semplicemente e non banalmente Andrea.
Qualche anno fa il padre di un mio ex insisteva con il chiamarmi Sofia, perché Andrea era un nome da maschio. Giulia e Lucia appartenevano già ad altre donne nella sua famiglia quindi si è sentito libero di darmi un nuovo nome perché il mio, a me che ero femmina, non andava bene.
Il suo parere contava più del mio io. Il mio essere era subordinato alla sua comprensione. Io smettevo di essere me nel momento in cui il suo intelletto smetteva di comprendere, di funzionare.
Oltre a percepire la perversione di questo atto riuscite a comprendere la quantità di dolore e follia che vi è dietro ad un condizionamento culturale scevro da ogni decisione personale consapevole? Di quanto una credenza sedimentata dentro un individuo possa disconoscere l’identità di un altro scusato da logiche culturali infondate, irrazionali e vecchie?
Se state leggendo questo articolo vi dico che siamo tutti qui per imparare questo. Siamo qualcosa al di là dei condizionamenti dettati dalla società in cui nasciamo e che, inevitabilmente ci attaccano addosso nel corso della vita.
Perché io so usare una pala, un piccone, un giravite e so guidare con qualsiasi tempo meteorologico non perché sono un maschio mancato ma perché sono Andrea! Quindi non esistono cose da maschio o da femmina ma cose da Andrea, da Sara, da Matteo, Daniela, Alessandro, Rossano, Anna…
Per tutte quelle volte in cui ci siamo sentiti dire, “Sei uomo non puoi capire” oppure “Mamma mia come sei elettrica, hai il ciclo?” diciamo basta tutti insieme. Rieduchiamoci e educhiamo all’accettazione sia della diversità ma ancora di più della peculiarità di ogniuno.
Spero che prima o poi si riesca a dire basta alle caselle, a comprendere che se non capisci bene l’altro o non lo accetti è un problema tuo, perché per prima cosa non stai capendo te stesso. Interiorizziamo che la scala di grigi è molto più preziosa del solo bianco o nero, in modo che ogniuno trovi democraticamente la sua sfumatura senza bisogno di dover essere per forza compreso da tutti, senza bisogno di dover essere solo uomo, donna, bianco, nero, etero, gay, ecc.
Liberi tutti di essere ciò che siamo.
Semplicemente e non banalmente noi.

Lascia un commento